Chi è ricco si ritiene abbia fortuna

Solone invitava Creso a potersi dire ‘fortunato’ solo al termine della vita, in punto di morte, quando si potrà fare il ‘bilancio’ della propria esistenza, e bilanciare gioie e dolori. Ma se la ricchezza è fortuna, la capacità di raggiungere una condizione di indifferenza rispetto alla Fortuna è vera ricchezza. Nella felicità la soddisfazione non consiste semplicemente nel saziarsi di qualcosa, ma in un libero poter disporre, nel sentimento di un illimitato accrescimento di sé. Per ascendere bisogna divenire leggeri.
Un uomo può divenire così capace di disporre di sé da non aver bisogno di nulla per essere felice, e non tanto perché possa fare a meno delle cose (o delle persone), quanto perché sa ritrovare in ogni cosa ciò che è essenziale alla propria felicità .
Felice di vivere e padrone di sé
è chi al cadere d’ogni giorno potrà dire:
‘Ho vissuto: domani il Padre avvolga
pure il cielo di nubi oscure o sereno
l’accenda di sole, non renderà mai sterile
il mio passato e non potrà mai cancellare,
come se per me non fosse accaduto,
ciò che l’attimo fuggente mi ha portato’.
(Orazio. Ode XXIX, a Mecenate)
Se il piacere è la fruizione immediata e diretta dell’oggetto del desiderio, tale fruizione è possibile solo in quanto l’oggetto si mantenga. Ma il mantenersi dell’oggetto fa emergere quella distanza che il desiderio vorrebbe annullare.
La fortuna, lieta del suo crudele compito e ostinata a prendersi di noi nuovo gioco, trasferisce a piacere i privilegi ora favorendo me, ora quell’altro.
La lodo quando mi è amica, ma se veloce batte le ali, rendo ciò che m’ha dato e, avvolto nella virtù che possiedo, mi sposo senza dote ad un’onesta povertà .
La fortuna, lieta del suo crudele compito
e ostinata a prendersi di noi nuovo gioco,
trasferisce a piacere i privilegi
ora favorendo me, ora quell’altro.
La lodo quando mi è amica, ma se veloce
batte le ali, rendo ciò che m’ha dato e, avvolto
nella virtù che possiedo, mi sposo
senza dote ad un’onesta povertà .
(ibidem)
Il paradosso del piacere consiste in un movimento verso il desiderato, ed esige come condizione che non si dissolva proprio ciò che lo alimenta. Il piacere non può mai essere esperito nell’essere compiuto, ma nel momento stesso in cui si compie.
L’abolizione della distanza che si ha nel piacere non toglie dunque il limite. La felicità non è una pura risoluzione di sé nell’altro, nè la dissoluzione dell’altro in sé, ma, piuttosto, essa si realizza come contatto e nel farsi unità.
Nell’unità , infatti, svanisce il dolore della distanza, ma ciò non comporta l’abolizione delle differenze, quanto l’esaltazione delle corrispondenze: il perfetto legame tra sé e l’altro. La felicità , come perfetto accordo, tempera l’idea di perdita di sé, che il concetto di fusione soggetto-oggetto potrebbe suggerire. Il senso di corrispondenza di sé con il tutto non cancella affatto la nostra identità, ma, al contrario, la potenzia. Rifondersi significa anzitutto non sentire l’alterità come un ostacolo; significa non la caduta nell’indifferenza, ma la coesistenza armonica delle differenze, il raccogliersi del molteplice nell’Uno senza che venga meno la molteplicità .
Chi è più ricco di colui che dona per intero se stesso? Solo chi ama davvero, e profondamente, sa spendersi. Gli amanti, legati nell’abbraccio, trascendono il limite individuale non tanto perché realmente nella condizione di toglierlo, ma perché si sentono inesauribili nel loro reciproco offrirsi. Nella reciprocità , per quanto momentaneamente, essi attingono la perfezione dell’unità .
Ma la perfezione dell’Uno cancella la separazione e proprio per questo in essa il tempo viene sospeso, e il presente che fugge si immobilizza nell’eternità dell’attimo. In quel punto in cui si realizza il contatto si raccoglie tutto il tempo: dall’abbraccio gli amanti non vorrebbero mai staccarsi, in esso rimangono come sospesi, in quel contatto toccano l’eternità .
Ma che cos’è l’eternità ? Quando tutto si raccoglie in un punto solo, ogni cosa si risolve nella brevità di un attimo: così l’attimo diviene tutto, e scompare il tempo. Ma è il tempo che scompare ovvero l’esperienza dell’attimo introduce gli uomini in un altro tempo? L’attimo è una porta che si apre sull’eterno.
L’attimo, quell’attimo in cui gli amanti si incontrano, inevitabilmente si spegne, il tempo lo divora, ma risplende quanto basta perché in esso baleni l’eterno, se ne intuisca l’idea. Gli amanti non conquistano l’eternità , il tempo non è abolito ma sospeso, ma il piacere intenso che si desta nell’abbraccio permette loro di poterla vivere almeno come una promessa. Nell’attimo immenso, che è pura durata, si fa esperienza di un tipo di temporalità ove non si percepiscono più la discontinuità , la corruzione, la separazione. Quando si dice che nell’abbraccio gli amanti accedono all’eterno si intende dire che gli uomini possono entrare in relazioni di reciprocità così intense da sentirsi risolti in esse. In continuum.

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