Da reflex full frame a mirrorless. Un anno di Fuji X-Pro1

Da reflex Canon full frame al sistema Fuji X-Trans mirroless. Come nel giro di due anni la mirrorless Fuji è diventato un sistema fotografico 2.0 di qualità tale da non essere un downgrade.

La decisione di provare Fuji è stata lunga e meditata, dopo aver letto numerose recensioni su siti, blog e riviste, valutato fotografie ed opinioni dei primi utenti che si sono avventurati con questo brand. Un forum che seguo sempre con attenzione è quello di fredmiranda.com, soprattutto i topic dedicati alle immagini scattate con un particolare brand: si trovano utenti con un livello fotografico anche medio alto. In verità però la molla è stata quando ho ripreso in mano la mia vecchia Praktica BC1 del 1989 (macchina altrimenti nota come Pentacon e prodotta nell’ex Germania Est: davvero un’altra epoca). La utilizzavo da bambino, con lei ho fatto i primi scatti della mia vita. Una sensazione di libertà e leggerezza. Dentro quel mirino luminoso scoprii un mondo.

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Premetto che non sono una persona che si lega, o addirittura fidelizza “per forza” a un’idea o a un brand, specie per giustificare a se stesso un grande impegno: una delle cose più importanti nella vita di un uomo è l’onesta intellettuale.
Per questo, quando m’imbatto in quelle stupide contese “Leica è meglio di Zeiss” o “Canon contro Nikon”, smetto subito di leggere: odio perdere tempo.

Da oltre un anno utilizzavo Canon full frame (5d primo modello, quindi mark II), con soddisfazione dopo aver cominciato a scattare in digitale con 400d e poi 40d.
Tutte macchine acquistate di seconda o terza mano, su cui montavo, a parte qualche breve parentesi, ottiche manuali di almeno 20 anni prima. Il tiraggio del sensore Canon (la distanza tra il piano del sensore e l’ottica), tra le varie reflex, è particolarmente adatto a innestare, tramite appositi anelli adattatori del costo di qualche decina di euro, un gran numero di ottiche che si utilizzavano sulle vecchie fotocamere analogiche a pellicola.

 

Full frame is full frame. Stop
Non ha senso confrontare un sensore full frame con una mirrorless. Il sensore resta il primo fattore che incide sulla qualità dell’immagine: maggiore superficie, più luce uguale più informazioni e dettagli, maggiore latitudine di posa. Io, come molti, attendevamo prima dell’acquisto, di leggere la recensione “del miracolo”: la piccola Fuji che batte una full frame. Oggi Sony ha fatto del “full frame” il buzz del momento. Era necessario, almeno per il marketing, che le mirrorless dovessero salire nella categoria del pieno formato per poter competere con le vecchie reflex. Ma un conto è un tool tecnologico, un conto uno strumento per fare fotografia. Morale: non basta riempire il giardino di piante per potersi vantare di aver il migliore; e soprattutto, sarà molto più laborioso curarlo.

 

Il miglior sensore aps-c in produzione
In determinati generi fotografici come nel paesaggio, 5 megapixel è sempre meglio averli in più che in meno, specialmente per chi, come me, stampa spesso sopra il 30x40cm e non grida subito “wow!” di fronte a una fotografia vista su iPhone.
D’altra parte, la mancanza del filtro anti-alias sul sensore X-Trans è talmente positiva che non riuscirei ad acquistare un’altra macchina dotata di filtro. Fino a all’A2, solo l’occhio allenato – e a volte neanche quello – riesce a distinguere una stampa aps-c da una full frame, tranne in casi particolari dove si riesce ad esaltare veramente il minimo dettaglio oppure una profondità di campo minima.
Due confronti mi avevano fatto decidere alla fine per l’acquisto.
Il primo, una review di un utente che dimostrava quanto fossero simili i risultati tra un file Fuji e un file di una Nikon D800 croppato al centro (16mpx appunto).
Il secondo, il classico confronto su Dpreview sulla qualità dei file raw ad alti ISO: sopra i 1600 ISO la Fuji è a livello delle ammiraglie full frame di Canon e Nikon.
Il terzo motivo (quello più importante): le qualità delle ottiche, in particolare del 35mm. Sono le lenti che fanno di Fuji un sistema fotografico.

 

Abbiamo sempre bisogno di un full frame?
Quanto vale quello stop di diversità che separa un sensore aps-c da un 35mm pieno? Tutto. E niente.
Dipende dal soggetto e dallo scopo del vostro progetto fotografico. Non sempre mi occorre uno stop di differenza di profondità di campo, o non sempre il mio ritratto deve avere uno sfocato da urlo. Le dimensioni contenute della macchina mettono il soggetto a proprio agio molto più che puntargli contro un affare tre volte più grande e pesante con attaccato un 70-200 2.8: se il soggetto non è abituato, questa dimensione psicologica, che si riflette naturalmente nella resa finale, conta più di qualsiasi bokeh, tridimensionalità, o curva mtf. La fotografia rimane una performance creativa estesa, non una gara di bellezza della propria attrezzatura. E così è sempre un peccato rinunciare a molte occasioni, quando dopo mezza giornata in montagna ti trovi la schiena spaccata da oltre 5Kg tra zaino, fotocamera, cavalletto, ottiche, filtri, strumenti di pulizia, schede, paraluci, viveri.
Anche la fotografia, come la vita, è fatta di decisioni. Il vantaggio, scontato, di una mirrorless è dunque la portabilità e la discrezione, che ne fanno una regina per la fotografia street, specie in bianco e nero, considerando soprattutto che è possibile spingerla a livelli ISO molto alti mantenendo lo standard di qualità elevato anche a 3200 ISO.

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Autofocus
Come è noto, il tallone di Achille dell’X-Trans è rappresentato dall’autofocus. Fino all’uscita del nuovo sensore montato sulla X-E2, con il passaggio da un sistema di AF a contrasto a uno a fase.
Per chi conosce la differenza tra le due tipologie di messa a fuoco automatica, nessuna sorpresa. Io stesso non mi aspettavo di meglio, e la mia previsione è rimasta confermata: AF più lento (ma non lentissimo) rispetto a 5D mk II, ma più preciso, proprio dovuto a come lavora l’AF a contrasto.

 

Menu e interfaccia
Ottime. Il Q button è geniale, perché permette di gestire i setting fondamentali velocemente direttamente nel viewfinder elettronico. La ghiera di selezione della compensazione dell’esposizione farà innamorare chi viene dalla pellicola. Oggi non è l’unica ad averlo ma due anni fa era un plus invidiabile. A giugno 2013 è stata spostata anche la selezione dei punti AF in una posizione migliore e nello scorso dicembre anche, finalmente, è stato sistemato l’AUTO ISO.
Rispetto anche ai migliori corpi macchina reflex di qualche anno fa, è evidente che marchi storici della fotografia come Olympus e Fuji hanno messo tutta la loro esperienza nel progettare corpi pensati da fotografi per i fotografi: utilizzare le impostazioni non solo è facile e pratico, ma anche divertente. E questo fa davvero la differenza: l’esperienza di scatto, non i numeri sulla carta!

 

Due mirini per il rito di passaggio epocale da ottico ad elettronico 
E’ vero: la X-E1 e X-E2 è più leggera, e ha un mirino elettronico (EVF) migliore. Però la Pro mi cadeva meglio i mano: robustezza migliore e soprattutto più bilanciata (almeno fino al medio tele) per un uso con le ottiche Leica-R che sono tutta sostanza di vetro e metallo.
Non potevo comunque fare un salto netto e rinunciare al mirino ottico (OVF), che può essere utilizzato naturalmente solo con le ottiche di casa. Come ripetuto da molti, tuttavia, le cornici e le distanze nell’OVF, che si adattano in base all’obiettivo montato, non sono così precise (anche dopo il firmware update di dicembre permangono delle incertezze). Certo a f/8 in iperfocale con un grandangolo è difficile sbagliare, e si ha il vantaggio di avere un’area nel mirimo più estesa rispetto a quella effettiva di scatto.
Provandola mi è sembrato di avere quasi tra le mani una Contax G2, forse il vero padre nobile di questa macchina. Perché quasi? Perché la X-Pro1, e lo dico a beneficio di chi usa una macchina a telemetro, non è comunque paragonabile a una telemetro. Al momento è più una mirrorless con mirino elettronico, con la possibilità di avere un mirino ottico di fatto utilizzabile solo in iperfocale a diaframma chiuso, più preciso con le ottiche sotto i 35mm. La tecnologia però non si arresta e gli ultimi mirini EVF di tutti i brand sono superiori a quello della Pro, come risoluzione e soprattutto riduzione del “lag” di responsività. Dopo un anno di EVF, posso tranquillamente dire che non riuscirei più a rinunciarci.

 

Kaizen. Software in miglioramento continuo
L’aggiornamento del firmware che ha introdotto il focus peaking per l’utilizzo con le ottiche a messa a fuoco manuale mi porta a introdurre una “plus” che, per qualsiasi informatico, è entusiasmante.
Quello di Fuji è un sistema aperto a innovazione continua: i tecnici della casa, periodicamente, aggiornando il software hanno aggiunto features o migliorato le performance della macchina. Ottimo esempio di ingegneria del software, dove update significa davvero upgrade, riconducibile al concetto di kai (“cambiamento”) zen (“bene”), ossia “cambiare in meglio”, filosofia già fatta propria da Toyota che chiedeva negli anni Ottanta ai propri reparti produttivi di trovare difetti e suggerire miglioramenti.
Risulta quindi strategico e coerente l’ascolto della Rete: dalle richieste degli utenti nei forum o nel blog, ai professionisti incaricati di fare i test e suggerire le migliorie. Abbiamo tra le mani, insomma, una fotocamera davvero 2.0. Un approccio bottom-up, di rinnovamento quotidiano a piccoli passi, in cui è facile ritrovarsi a casa.
Certo, se diventasse “Open” anche, o in parte, il codice sorgente, sono certo che nascerebbe in meno di un giorno una community di sviluppatori indipendenti, come è successo nell’ottimo progetto di “Magic Lantern” per Canon. Attirerebbe le simpatie di un target abbastanza ampio di geek appassionati di fotografia.

 

Workflow del RAW
Fui molto incuriosito nel leggere un anno fa che Fujifilm aveva sviluppato una nuova matrice (Color Filter Array) al posto del classico Bayer.
Per chi non conoscesse le differenze, basta leggere qui.
Oltre alla velocità dell’autofocus, l’altro “difetto” delle mirrorless X-Trans era (o è, a seconda dei giudizi) la necessità di rivedere il proprio processo di post produzione, in particolare per gli utilizzatori di software Adobe (Camera Raw, Photoshow e Lightroom).
Dopo un anno di lavoro e aggiornamenti, possiamo affermare che la conversione del file RAW non è più problematica, salvo in determinati casi, soprattutto alla presenza, per capirci, di fogliame: potreste ancora trovarmi zone verdi che sembrano degli acquerelli o comunque senza nitidezza e constasto.
Se però provate a convertire i file raw con le demo di Iridient Developer o Capture One, potreste rimanere sorpresi dal livello di dettaglio, tridimensionalità e gamma dinamica nel recupero delle ombre dell’X-Trans.
Questo articolo  mostra come si può continuare ad utilizzare Lightroom come programma base per catalogare e produrre le proprie foto, e affiancarlo, quando occorre, a un programma di conversione esterna: in pratica lavorerete su un file Tif “ponte” e non sul Raw originale, comunque inserito nella libreria. Lo svantaggio è avere un file in più sul proprio hard disk.

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Pro e contro
Dopo un anno di utilizzo posso stilare una sintesi, allineata a quella di altre recensioni, cominciando dal dire che dopo 6 mesi ho venduto la Canon 5d e alcune ottiche full frame per finanziare l’acquisto di lenti Fujifilm. Da un punto di vista economico questo è il grande svantaggio di avere un sensore aps-c: investire in ottiche che si svalutano in fretta nel tempo e non potranno essere utilizzate su un sensore più grande.
Perché abbandonare un’ottima macchina come la 5d? Tre motivi: portabilità, gamma dinamica, semplicità. Tutte e favore della piccola Fuji. Da un punto di vista della qualità d’immagine, utilizzando le stesse ottiche Leica-R, con la Fuji raramente ho rimpianto il full frame, una volta aperti i file. Da qui il passaggio. E’ singolare come qualche anno fa rimasi stupito dalla bellezza e pulizia dei raw della 5d primo modello, proveniendo comunque dall’ottimo sensore croppato della 40d, e come invece la situazione si sia ribaltata dai file della 5d mark II verso un modello sulla carta “inferiore”: 5 anni di sviluppo tecnologico contano. In realtà non è affatto un downgrade.

Pro
– Elevata qualità complessiva rispetto alla concorrenza (reflex e mirroless) se utilizzata per scopi fotografici che non richiedono un autofocus reattivo
– Leggerezza, portabilità, semplicità d’uso (interfaccia)
– Elevata gamma dinamica con 3 modalità di estensione per il recupero luci/ombre
– File ottimi anche ad alti ISO
– File JPG già pronti per l’uso nelle simulazioni colore di tradizione Fuji
– Look retro
– Autofocus preciso
– Ottima a chi piace scattare in bianco e nero
– Doppio mirino

Contro
– Autofocus lento
– Gestione del RAW più complessa che su sensori Bayer
– In determinate condizioni di luce, immagini a volta “piatte”
– Possibilità di parti, soprattutto agli angoli, impastate (“smearing”), specie con soggetti di alberi e fogliame
– Mirino ottico (OVF) non preciso al 100%
– Parte video inferiore alla concorrenza

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