La fabbrica della felicità

“Oggi non viviamo in una comunità del faccia a faccia, ma in una società dello spettacolo. Ciò che ognuno mostra nei giornali e sugli schermi TV non è se stesso, come sa di essere nella sua coscienza personale, ma un’immagine fittizia, messa in scena secondo le esigenze dell’attualità , un’apparenza ingannevole ed effimera come uno spot pubblicitario la sua fama trionfa solo per cedere il posto a quella che presto la sostituirà , per soddisfare le esigenze di cambiamento e di novità del pubblico” (Vernant). Anche la politica (il cui destinatario ultimo è ancora la persona-cittadino?) si sottometterà alla mercificazione e al consumismo?
Certo: non siamo più cittadini, siamo compratori. Il linguaggio dei politici, dopo la “scesa in campo” di Sua Emittenza, ha preso a prestito le espressioni degli spot, e anche i contenuti: la frammentarietà prende il posto della completezza, la quantità della qualità , le urla del dialogo. I problemi diventano merci di scambio e i programmi dei partiti diventano spot, ossia tanti modelli “usa e getta” di felicità , che l’acquirente, in nome della libertà , può scegliere come un vestito e quando non è più di moda gettar via. Bella libertà .
La gente si allontana dalle piazze e dalla politica: portiamola in casa loro attraverso la TV, regaliamo loro quello che desiderano. Le grandi questioni sociali ed economiche sono banalizzate a frasi ad effetto: come la legge della pubblicità vuole, invece di far capire, conviene convincere che il proprio prodotto è il migliore. Bella onestà .
Ma chi lo fa non si vanti, non è nulla di nuovo: “guardate la lingua e le belle parole di un uomo e non badate a ciò che accade veramente” lamentava già Solone (che non era manco un ‘democratico’). La democrazia nacque quasi 2500 anni fa con la partecipazione diretta e il dibattito, cioè con la libertà di poter mettere in discussione il mondo. Oggi il modello è la televendita. Bella educazione.

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