Perché il male. La volontà di coscienza nel pensiero greco

Il tema della libertà e il tema del male formano un tutt’uno. Dice Platone – e la sua risposta diventa canonica -: “del male, del nostro far male, il Dio non può essere ritenuto causa. Dio è bene, Dio è immutabile, è semplice, è veritiero, ed è causa di tutti i beni: Dio è innocente”.
Tutta la riflessione teologica successiva si fonda su questo presupposto platonico: Dio deve essere ritenuto innocente dei mali del mondo, del nostro far male. Quindi noi facciamo del male per nostra scelta, per nostra libertà .
Noi non siamo determinati dal Divino ad agire male; le nostre imperfezioni, le nostre miserie, sono frutto e prodotto della nostra libertà .
Ma qui nascono grandiose aporie. Come possiamo tener ferma la concezione da cui siamo partiti, del Dio innocente che non è causa del male, se la caduta dell’anima è male, e se questa caduta dell’anima è necessaria? Come possiamo non pensare che vi sia un male in Dio, se l’anima cade non per sua colpa, se questa caduta è necessaria?
Qual è la risposta cristiana? La risposta canonica nella cristianità è quella agostiniana: Dio non è autore del male, ma né è origine. Nel senso che Dio, per conseguire un bene maggiore – la nostra libertà – non poteva che farci capaci di peccato, di male. Quindi Dio è origine del male perché ci fa capaci di peccato; ma Dio non fa il nostro peccato, non è l’autore del nostro peccato. Solo noi facciamo il male, solo noi siamo gli autori del male; i peccati sono solo nostri, e bestemmia chi li attribuisce a Dio. Lutero segna il crollo di ogni possibile teodicea, di ogni possibile giustificazione di Dio; di ogni possibile discorso – nato con Platone – che fa di Dio un innocente.
Ogni teodicea risulta impossibile dato che Dio ci predestina in base a un imperscrutabile disegno: alcune nature sono fatte per peccare, altre nature sono fatte per essere salvate comunque, che pecchino o non pecchino; sono predestinate alla salvezza.
Dio è innocente, è l’uomo che è causa del male, è l’uomo – secondo il grande mito che Platone narra nella Repubblica – che si sceglie il proprio ‘dà imon’, il proprio carattere, il proprio demone. Ma non solo nel momento della scelta nella cultura classica greca l’uomo è libero, non solo nel momento supremo – come lo chiama Platone -: il momento supremo in cui io scelgo il mio carattere, il mio ‘dà imon’.
Io sono in qualche modo libero anche durante la mia vita, e la mia libertà , però, coincide nel corso della mia vita con il conoscere; cioè io sono libero nel corso della mia vita di accumulare tutte le conoscenze necessarie perché poi nel momento supremo della decisione io possa essere consapevole del destino che scelgo.
Questo è un tema caratteristico della cultura greca, è la sua dominante – come dire – intellettualistica: la libertà dell’uomo si esplica essenzialmente nella sua volontà di conoscere. Soltanto qui sta la mia – come dire – possibile salvezza: io posso conoscere il destino, posso conoscere ciò che mi destina. Solo la conoscenza può salvarmi dal seguire – un’immagine che ricorre in tutta la cultura ellenistica, e anche nella cultura latina, non solo greca – il carro del destino in ceppi come uno schiavo oppresso. Ciò che sta a me non ha nulla a che vedere con la possibilità di sfuggire il destino; ma ciò che sta a me è essenzialmente la possibilità di conoscere il destino, e dunque di seguirlo volentieri, non come gli schiavi seguono il carro dei vincitori, in catene.
Se la mia libertà consiste nel farmi una ragione dell’unica ragione, dell’unico ‘logos’ che pervade tutto il cosmo? Quando io mi son fatto questa ragione che cosa succede del male? Il male non consiste più, perché tutto é ragione e male e bene non diventano altro che due punti di vista soggettivi: il male non diventa nient’altro che ciò che fa male a me, ma che non riguarda affatto la ragione del tutto. n fondo, se noi rimanessimo fissi a valutazioni di male e di bene, non faremmo altro che dimostrare la nostra mancanza di sapere, perché colui che sa non sa né di male né di bene: sa il necessario.
Fonte: Massimo Cacciari

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