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Articoli che parlano di ‘filosofia’

lug 25
Solitamente non amo parlare di cronaca, specie se nera o rosa. Quanto è accaduto nella civile e lombardissima Erba, però, non credo possa spegnersi con il tempo, come di solito accade (caso Franzoni, a parte).
Se esiste il Male (quello con la M maiuscola) è sicuramente quello freddo e razionale, rigido e calcolatore. E’ la vendetta di Medea sui propri figli, il gas di Auschwitz, il massacro di Beslan.
Ma ho troppo rispetto per l’Essere per considerarlo un pendolo che oscilla schizofrenetico o ubriaco tra due opposti morali assoluti.
Morale religiosa o laica che sia, bisogna evitare che l’additare i responsabili come “mostri” ci faccia riposare sonni tranquilli nella nostra dorata casta di “persone normali”, e quindi, sentimenti di odio o pietà a parte, far pensare che quell’episodio non ci riguardi.
Il problema non è che potevano, o possono, essere i nostri vicini a intrufolarsi in casa e scannarci come maiali.
Il problema è anzitutto levarsi dalla testa l’abitudine da provincetta d’appiccicare etichette e giudizi alle persone in base a quelle tre, quattro categorie sociali con cui dividiamo il mondo, a mo’ di squadra e righello, o dell’ultimo reality.
In secondo luogo, il “mostro” ci riguarda perché riposa silenzioso (a volte russa, o agita la coda) anche nei recessi del nostro profondo di bravi cristiani e “persone perbene”.
Mi è tornata alla memoria la tripartizione che i Greci facevano del mondo fin dai loro miti più antichi. Esistono tre sfere o mondi nella realtà . Quello più alto (in senso morale e spaziale) appartiene agli Dei, che abitano la bronzea dimora del Cielo, cui il dolore, la morte e la malattia non tocca la fronte imperturbabile se non quando s’interessano delle vicende terrene dei mortali.
Il mondo più basso è quello animale, primevo, selvaggio e istintivo. Per questo non ha senso parlare di morale, di storia, o di coscienza, in quanto le bestie non conoscono linguaggio verbale. Sallustio diceva che gli animali per natura tengono il capo chino verso terra, e non l’alzano verso i celesti.
A metà tra questi due mondi si collocano gli uomini, che ondeggiano tra un ritorno alle proprie origini ferine e istintuali, e la ricerca della ragione, della serenità e della gloria che li renda immortali almeno nella memoria dei posteri. L’uomo ogni giorno cammina in bilico su questo filo esile e difficile, cercando di elevarsi dalla propria condizione originale e così facile a ricadere nella bestialità che uccide il suo essere “animale politico”.
Possiamo sprecarci ancora una volta sul Bene e sul Male, al di là delle motivazioni psicopatologiche di una donna che sgozza un bambino, perché sente nelle sue urla la condanna a essere una madre mancata, o l’egoismo e la triste solitudine di una coppia che vede il disordine altrui come la negazione della propria ricerca ossessiva dell’ordine e della pulizia.
Oppure possiamo provare a rivedere le categorie alla base di questa società così incapace di interrogare se stessa? Se ogni singolo atto, o strumento, tende alla rottura, come è possibile applicare costantemente quella critica, quella sana capacità di interrogare ““ se stessi e ciò che ci circonda ““ che può nascere solo dalla consapevolezza del (proprio) limite?
Solo grazie al limite della siepe Leopardi avrebbe potuto intuire con un brivido che “per poco il cuor non si spaura” gli immensi spazi dell’infinito. Nel mondo antico tutto era finito, mentre la marca distintiva della modernità è l’in-finito. Infinito che è anche in-finitudine: incompiutezza, angoscia del vivere, prima che esplosione della propria volontà di potenza. Questo i Greci l’avevano ben compreso, tanto da associare all’infinito un concetto negativo. Dai pitagorici in avanti per il fatto cge, andando al di là della ragione umana, non poteva essere compreso.
Ma questa posizione era figlia di una paura cosmica, ancestrale, di cui il sentimento tragico è stata la insuperata interpretazione nella storia umana. Tenendo conto che i Greci non dovevano rendere conto a un Dio unico dispensatore di bene o punizioni a seconda della condotta individuale e collettiva. Non c’è colpa né cammino verso un futuro predestinato. E’ l’alba dell’autocoscienza.
Nella tragedia si oppongono senso del limite e volontà di potenza, il desiderio di essere artefici del proprio destino. Il tentativo di affermarsi al di fuori dei limiti dello statuto di uomo, imposti dalla volontà imperscrutabile degli Dei o dal consorzio sociale, si chiama hybris, la prevaricazione che è sempre cosciente, mai casuale.
Chi supera il limite, nel momento stesso in cui lo compie, è cosciente che sarà perseguitato e sconfitto. Eppure non può fare altrimenti, se vuole corrispondere il proprio desiderio (cioè “mancanza”) di essere uomo imperfetto. Volontà e necessità si fondono, dove accettazione della punizione e della colpa è identica all’accettazione del limite che si è superato. Il rispetto della legalità è, all’atto originario, il riconoscimento del proprio diritto e dovere di limite che è la premessa del riconoscimento dell’Altro.
Ma perché esiste il limite? Per alcuni perché “gli Dei sono invidiosi”. Per Eschilo e altri perché nel limite si compie la Giustizia che è l’equilibrio che fragilmente tiene unito insieme tutto il cosmo (”ordine”) contro il Caos. Per chi, come Sofocle, Euripide ed altri, non riescono ad accettare che la necessità dell’ordine sia un bene e un fine ultimo per l’uomo, non resta che celebrare il dolore proprio della condizione umana come la marca della propria grandezza di fronte all’oscurità del dover-essere-al-mondo.
In questo dilemma senza esito, l’esempio sportivo può essere utile. Si deve imparare non solo ad accettare e superare il proprio limite, ma anche a saper perdere con onore, perché si vince non sull’avversario ma nel gioco. Non c’è sopraffazione sull’altro ma contesa onesta. E allora, se la Vita è il gioco, in cui per fede o per caso ci si ritrova da un giorno all’altro, si può e si deve cercare di vincere nella Vita senza sopraffare gli altri.
E lo stesso concetto si applica nel proprio rapporto con l’ambiente. Nell’antichità , ove tutto era sacro, il vivere individuale e collettivo non era indipendente dallo spazio in cui si abitava e che determinava gli atteggiamenti stessi dell’essere umano. In questo senso l’ambiente diventa l’unico luogo e senso in cui si può manifestare il proprio essere più autentico. L’economia coincide con l’ecologia nel significato più pieno. Spesso ci si dimentica della comune radice: oikos, casa.
Il senso del limite, il vivere secondo le leggi di natura significa – come bene sapevano i nostri padri, e non solo il pensiero orientale – porsi il problema di come non rovinare la trama della Vita che ci circonda, di come ridurre nel migliore dei modi l’impatto dovuto ai nostri consumi, ai nostri bisogni.
Il limite diventa misura, e l’uomo “misura di tutte le cose” assume un significato e una direzione ancora più pieni e positivi, in cui la volontà di potenza si traduce costantemente nella ricerca dell’equilibrio tra l’espansione di Sé e il rispetto dell’Altro, che può risolversi solo in un consapevole e reciproco riconoscimento di sé nell’Altro. La cancellazione del limite ci pone al di fuori del mondo, l’abbattimento dell’Altro, o del Nemico, ci pone al di là della nostra umanità .
ott 28

Tutti sappiamo che c’è qualcosa di psicologicamente molto forte nei fiori: che siano donati per sedurre o per commemorare, per celebrare o per ringraziare, poche cose hanno un effetto altrettanto potente e universale.

Una ricerca nel campo della “psicologia evoluzionista” secondo la quale i fiori sono una specie praticamente senza uguali sulla terra, per quanto riguarda la loro capacità di indurre emozioni positive nell’uomo (e nella donna). La ricerca suggerisce perfino che i fiori potrebbero essersi evoluti in modo da sfruttare, a proprio vantaggio, l’effetto particolarmente positivo che hanno sugli umani.

Che il mondo vegetale, a differenza di quello minerale, fosse vivo e in grado di comunicare con quello animale, era noto. Ma la ricerca compiuta da psicologi e genetisti della Rutgers State University, nel New Jersey, dimostrerebbe che la “co-evoluzione” tra fiori e uomini è basata sulla ricompensa emotiva che i primi riservano ai secondi.

I ricercatori hanno condotto una serie di esperimenti, regalando fiori o cioccolatini al medesimo campione di persone, oppure fiori a sconosciuti che prendevano l’ascensore, o fiori alla stessa gente per un prolungato periodo di tempo, studiandone le reazioni. La teoria che hanno ricavato E’ che l’uomo ha una preferenza estetica per cose che “crescono”, come fiori e piante, collegandole inconsciamente all’esperienza dei propri antenati preistorici, quando un campo di fiori poteva essere indice di una terra più fertile, dunque migliore per seminare e avere abbondanza di cibo.

Poiché un cavolfiore non suscita lo stesso effetto positivo di una rosa, altri elementi contribuirebbero alla predilezione umana per i fiori: l’odore, il colore, la simmetria della forma. L’idea che i fiori, nel corso dell’evoluzione, abbiano sviluppato queste qualità per compiacere l’uomo, dicono gli scienziati della Rutgers University, è simile a quella del lupo diventato cane e di altri animali selvatici che si sono poco per volta “addomesticati”.

ott 28
Il tema della libertà e il tema del male formano un tutt’uno. Dice Platone – e la sua risposta diventa canonica -: “del male, del nostro far male, il Dio non può essere ritenuto causa. Dio è bene, Dio è immutabile, è semplice, è veritiero, ed è causa di tutti i beni: Dio è innocente”.
Tutta la riflessione teologica successiva si fonda su questo presupposto platonico: Dio deve essere ritenuto innocente dei mali del mondo, del nostro far male. Quindi noi facciamo del male per nostra scelta, per nostra libertà .
Noi non siamo determinati dal Divino ad agire male; le nostre imperfezioni, le nostre miserie, sono frutto e prodotto della nostra libertà .
Ma qui nascono grandiose aporie. Come possiamo tener ferma la concezione da cui siamo partiti, del Dio innocente che non è causa del male, se la caduta dell’anima è male, e se questa caduta dell’anima è necessaria? Come possiamo non pensare che vi sia un male in Dio, se l’anima cade non per sua colpa, se questa caduta è necessaria?
Qual è la risposta cristiana? La risposta canonica nella cristianità è quella agostiniana: Dio non è autore del male, ma né è origine. Nel senso che Dio, per conseguire un bene maggiore – la nostra libertà – non poteva che farci capaci di peccato, di male. Quindi Dio è origine del male perché ci fa capaci di peccato; ma Dio non fa il nostro peccato, non è l’autore del nostro peccato. Solo noi facciamo il male, solo noi siamo gli autori del male; i peccati sono solo nostri, e bestemmia chi li attribuisce a Dio. Lutero segna il crollo di ogni possibile teodicea, di ogni possibile giustificazione di Dio; di ogni possibile discorso – nato con Platone – che fa di Dio un innocente.
Ogni teodicea risulta impossibile dato che Dio ci predestina in base a un imperscrutabile disegno: alcune nature sono fatte per peccare, altre nature sono fatte per essere salvate comunque, che pecchino o non pecchino; sono predestinate alla salvezza.
Dio è innocente, è l’uomo che è causa del male, è l’uomo – secondo il grande mito che Platone narra nella Repubblica – che si sceglie il proprio ‘dà imon’, il proprio carattere, il proprio demone. Ma non solo nel momento della scelta nella cultura classica greca l’uomo è libero, non solo nel momento supremo – come lo chiama Platone -: il momento supremo in cui io scelgo il mio carattere, il mio ‘dà imon’.
Io sono in qualche modo libero anche durante la mia vita, e la mia libertà , però, coincide nel corso della mia vita con il conoscere; cioè io sono libero nel corso della mia vita di accumulare tutte le conoscenze necessarie perché poi nel momento supremo della decisione io possa essere consapevole del destino che scelgo.
Questo è un tema caratteristico della cultura greca, è la sua dominante – come dire – intellettualistica: la libertà dell’uomo si esplica essenzialmente nella sua volontà di conoscere. Soltanto qui sta la mia – come dire – possibile salvezza: io posso conoscere il destino, posso conoscere ciò che mi destina. Solo la conoscenza può salvarmi dal seguire – un’immagine che ricorre in tutta la cultura ellenistica, e anche nella cultura latina, non solo greca – il carro del destino in ceppi come uno schiavo oppresso. Ciò che sta a me non ha nulla a che vedere con la possibilità di sfuggire il destino; ma ciò che sta a me è essenzialmente la possibilità di conoscere il destino, e dunque di seguirlo volentieri, non come gli schiavi seguono il carro dei vincitori, in catene.
Se la mia libertà consiste nel farmi una ragione dell’unica ragione, dell’unico ‘logos’ che pervade tutto il cosmo? Quando io mi son fatto questa ragione che cosa succede del male? Il male non consiste più, perché tutto é ragione e male e bene non diventano altro che due punti di vista soggettivi: il male non diventa nient’altro che ciò che fa male a me, ma che non riguarda affatto la ragione del tutto. n fondo, se noi rimanessimo fissi a valutazioni di male e di bene, non faremmo altro che dimostrare la nostra mancanza di sapere, perché colui che sa non sa né di male né di bene: sa il necessario.
Fonte: Massimo Cacciari
ott 28
Solone invitava Creso a potersi dire ‘fortunato’ solo al termine della vita, in punto di morte, quando si potrà fare il ‘bilancio’ della propria esistenza, e bilanciare gioie e dolori. Ma se la ricchezza è fortuna, la capacità di raggiungere una condizione di indifferenza rispetto alla Fortuna è vera ricchezza. Nella felicità la soddisfazione non consiste semplicemente nel saziarsi di qualcosa, ma in un libero poter disporre, nel sentimento di un illimitato accrescimento di sé. Per ascendere bisogna divenire leggeri.
Un uomo può divenire così capace di disporre di sé da non aver bisogno di nulla per essere felice, e non tanto perché possa fare a meno delle cose (o delle persone), quanto perché sa ritrovare in ogni cosa ciò che è essenziale alla propria felicità .
Felice di vivere e padrone di sé
è chi al cadere d’ogni giorno potrà dire:
‘Ho vissuto: domani il Padre avvolga
pure il cielo di nubi oscure o sereno
l’accenda di sole, non renderà mai sterile
il mio passato e non potrà mai cancellare,
come se per me non fosse accaduto,
ciò che l’attimo fuggente mi ha portato’.
(Orazio. Ode XXIX, a Mecenate)
Se il piacere è la fruizione immediata e diretta dell’oggetto del desiderio, tale fruizione è possibile solo in quanto l’oggetto si mantenga. Ma il mantenersi dell’oggetto fa emergere quella distanza che il desiderio vorrebbe annullare.
La fortuna, lieta del suo crudele compito e ostinata a prendersi di noi nuovo gioco, trasferisce a piacere i privilegi ora favorendo me, ora quell’altro.
La lodo quando mi è amica, ma se veloce batte le ali, rendo ciò che m’ha dato e, avvolto nella virtù che possiedo, mi sposo senza dote ad un’onesta povertà .
La fortuna, lieta del suo crudele compito
e ostinata a prendersi di noi nuovo gioco,
trasferisce a piacere i privilegi
ora favorendo me, ora quell’altro.
La lodo quando mi è amica, ma se veloce
batte le ali, rendo ciò che m’ha dato e, avvolto
nella virtù che possiedo, mi sposo
senza dote ad un’onesta povertà .
(ibidem)
Il paradosso del piacere consiste in un movimento verso il desiderato, ed esige come condizione che non si dissolva proprio ciò che lo alimenta. Il piacere non può mai essere esperito nell’essere compiuto, ma nel momento stesso in cui si compie.
L’abolizione della distanza che si ha nel piacere non toglie dunque il limite. La felicità non è una pura risoluzione di sé nell’altro, nè la dissoluzione dell’altro in sé, ma, piuttosto, essa si realizza come contatto e nel farsi unità.
Nell’unità , infatti, svanisce il dolore della distanza, ma ciò non comporta l’abolizione delle differenze, quanto l’esaltazione delle corrispondenze: il perfetto legame tra sé e l’altro. La felicità , come perfetto accordo, tempera l’idea di perdita di sé, che il concetto di fusione soggetto-oggetto potrebbe suggerire. Il senso di corrispondenza di sé con il tutto non cancella affatto la nostra identità, ma, al contrario, la potenzia. Rifondersi significa anzitutto non sentire l’alterità come un ostacolo; significa non la caduta nell’indifferenza, ma la coesistenza armonica delle differenze, il raccogliersi del molteplice nell’Uno senza che venga meno la molteplicità .
Chi è più ricco di colui che dona per intero se stesso? Solo chi ama davvero, e profondamente, sa spendersi. Gli amanti, legati nell’abbraccio, trascendono il limite individuale non tanto perché realmente nella condizione di toglierlo, ma perché si sentono inesauribili nel loro reciproco offrirsi. Nella reciprocità , per quanto momentaneamente, essi attingono la perfezione dell’unità .
Ma la perfezione dell’Uno cancella la separazione e proprio per questo in essa il tempo viene sospeso, e il presente che fugge si immobilizza nell’eternità dell’attimo. In quel punto in cui si realizza il contatto si raccoglie tutto il tempo: dall’abbraccio gli amanti non vorrebbero mai staccarsi, in esso rimangono come sospesi, in quel contatto toccano l’eternità .
Ma che cos’è l’eternità ? Quando tutto si raccoglie in un punto solo, ogni cosa si risolve nella brevità di un attimo: così l’attimo diviene tutto, e scompare il tempo. Ma è il tempo che scompare ovvero l’esperienza dell’attimo introduce gli uomini in un altro tempo? L’attimo è una porta che si apre sull’eterno.
L’attimo, quell’attimo in cui gli amanti si incontrano, inevitabilmente si spegne, il tempo lo divora, ma risplende quanto basta perché in esso baleni l’eterno, se ne intuisca l’idea. Gli amanti non conquistano l’eternità , il tempo non è abolito ma sospeso, ma il piacere intenso che si desta nell’abbraccio permette loro di poterla vivere almeno come una promessa. Nell’attimo immenso, che è pura durata, si fa esperienza di un tipo di temporalità ove non si percepiscono più la discontinuità , la corruzione, la separazione. Quando si dice che nell’abbraccio gli amanti accedono all’eterno si intende dire che gli uomini possono entrare in relazioni di reciprocità così intense da sentirsi risolti in esse. In continuum.

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