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Articoli che parlano di ‘natura’

nov 30
L’ho trovato là ad aspettarmi, come si aspetta qualsiasi novità anche la più brutta purché ti cambi la giornata, legato alla sua cuccia, a dieci metri dalla strada, a un metro da una ciotola vuota, a venti dal portone che deve custodire. Il suo mondo, il suo lavoro. O meglio, la sua vita, 24/24h, 7/7gg, 365/365gg. Immaginatevi nello stesso posto per tutta la vita, a fare la stessa cosa, a mangiare le stesse cose, senza nessuno. Altro che isole dei famosi!
Quando mi ha visto non mi ha neanche abbaiato. Ha tirato su gli occhi tristi e guardato con pietà . Per sé. Questa è coscienza. L’ho salutato, cercando di trasmettergli quello che trasmetto al mio Alan quando sono felice di vederlo. Non l’ho compatito, ho cercato di dargli allegria, non quella però un po’ ipocrita e di maniera che si dà agli anziani negli ospedali. Il problema è che te la giochi subito, la fiducia. Non hai tempo per recuperare con le parole. O si stabilisce il “link” empatico o sei fregato e non gli vai a genio. O sei l’ennesima noia o sei uno scocciatore. Magari un deficiente che non capisce e lui pensa “ma cosa vuole, che mi metta a fare il cane da guardia? fallo tu!”
Ci sono riuscito e mi si é mosso il cuore. Si é alzato, é andato a prendere la sua bottiglia di plastica vuota, e me l’ha portata invitandomi a giocare. Ho dimenticato perché ero là, l’appuntamento, la strada, le macchine, tutto e mi sono messo a giocare. Beh, giocare per modo di dire: due metri di catena sono una bella libertà .
Quando rimpiangiamo la nostra infanzia, tutti pensiamo al “gioco”. Non é forse perché l’essenza autentica (in senso severiniano) della Vita era proprio la libertà , l’identificazione con essa che il giocare ci dava? Nel giocare non eravamo forse davvero liberi, e incatenati al senso più puro e bello del vivere, beati e ignari da quella che poi avremmo chiamato “scissione” o biblicamente “peccato originale”?
CCosì dicean tra lor, quando Argo, il cane,
Ch’ivi giacea, del pazïente Ulisse
La testa ed ambo sollevò gli orecchi.
Nutrillo un giorno di sua man l’eroe,
Ma côrne, spinto dal suo fato a Troia,
Poco frutto poté. Bensì condurlo
Contro i lepri ed i cervi e le silvestri
Capre solea la gioventù robusta.
Negletto allor giacea nel molto fimo
Di muli e buoi sparso alle porte innanzi,
Finché i poderi a fecondar d’Ulisse,
Nel togliessero i servi. Ivi il buon cane,
Di turpi zecche pien, corcato stava.
Com’egli vide il suo signor più presso,
E benché tra que’ cenci, il riconobbe,
Squassò la coda festeggiando, ed ambe
Le orecchie, che drizzate avea da prima,
Cader lasciò: ma incontro al suo signore
Muover, siccome un dì, gli fu disdetto.
Ulisse, riguardatolo, s’asterse
Con man furtiva dalla guancia il pianto,
Celandosi da Eumèo, cui disse tosto:
“Eumèo, quale stupor! Nel fimo giace
Cotesto, che a me par cane sì bello.
Ma non so se del pari ei fu veloce,
O nulla valse, come quei da mensa,
Cui nutron per bellezza i lor padroni”.
E tu così gli rispondesti, Eumèo:
“Del mio re lungi morto è questo il cane.
Se tal fosse di corpo e d’atti, quale
Lasciollo, a Troia veleggiando, Ulisse,
Sì veloce a vederlo e sì gagliardo
Gran maraviglia ne trarresti: fiera
Non adocchiava, che del folto bosco
Gli fuggisse nel fondo, e la cui traccia
Perdesse mai. Or l’infortunio ei sente.
Perì d’Itaca lunge il suo padrone,
Nè più curan di lui le pigre ancelle;
Ché pochi dì stanno in cervello i servi,
Quando il padrone lor più non impera.
L’onniveggente di Saturno figlio
Mezza toglie ad un uom la sua virtude,
Come sopra gli giunga il dì servile”.
Ciò detto, il piè nel sontuoso albergo
Mise, e avvïossi drittamente ai proci;
Ed Argo, il fido can, poscia che visto
Ebbe dopo dieci anni e dieci Ulisse,
Gli occhi nel sonno della morte chiuse.
(Odissea, XVII – vv. 350-397 – trad. del Pindemonte)
Dopo vent’anni (irrealistico ovviamente, é un’iperbole di Omero) di assenza, il cane di Ulisse riconosce il padrone sotto le finte spoglie del mendicante, là dove non l’aveva neppure riconosciuto il figlio o il vecchio amico, e muore, per l’emozione e la gioia ritrovata.
E’ l’esempio più bello e sincero dell’amore del cane per l’uomo che sia mai stato cantato, e una delle pagine più belle che mi porto dentro fin da bambino (ovviamente non in questa traduzione aulica e senza sentimento).
Se vedete un cane alla catena, ricordatevi di Argo.
Anni fa, un gesuita che studiava Omero con me mi disse che, in fondo, rispetto a Dio siamo tutti come Argo. Quanto é lunga la nostra catena?
ott 28
Ogni società è finalizzata al progresso civile, morale, tecnologico. Comportamenti e categorie di pensiero hanno ragion d’essere fin tanto che sono espressione della società che li determina. La figura del cacciatore non è più necessario alla comunità da vari millenni, da quando l’agricoltura, l’allevamento e la vita sedentaria diventarono conquiste irreversibili.
Già nella tarda antichità la caccia ormai diventa lo ’sport’ dei nobili, perché il sistema produttivo della città soddisfa sostanzialmente il fabbisogno alimentare: diventa quasi uno ’status symbol’, e tale rimarrà anche nel Medioevo. Ora, posso anche credere che molti cacciatori conoscano gli animali meglio di certi animalisti chiacchieroni, ma senza la necessità di una lotta per la sopravvivenza su piano di parità , chi ha in mano un fucile è solo un violento e un vigliacco.
D’accordo, sei bravo, ma perché arrivare ad ucciderli? E’ distorto parlare di legge naturale e di catena alimentare: da tempo l’uomo ne è al di sopra. Gli Indiani rispettavano gli animali perché sapevano che il destino dei propri figli dipendeva da una buona caccia, e si preoccupavano di non distruggere l’equilibrio di cui essi stessi erano parte responsabile, e adoravano lo Spirito in ogni sua forma: persino un ago di pino è santo. La caccia era sì un bene, perché quella società non divideva il mondo contrapposto tra città e natura. Chi invece tiene in casa un trofeo, o li alleva per la grande distribuzione, li chiama ‘bestie’, non ANIMAli, perché sono oggetti.
La differenza, culturale – se si può scomodare questo termine -, sta qua. Ma quella lepre cercava di portare lontano dalla sua tana i cani che la inseguivano, pensando ai suoi piccoli che moriranno di fame. Le importazioni di pelli sono passate da 5.887.136 animali uccisi nella prima metà del ‘98 a 4.596.240 nel ‘99. Esseri viventi ammazzati per vanità .
Ma gli animali soffrono e capiscono: provate a liberare un fagiano e leggetegli negli occhi vera riconoscenza. Ma l’insensibile non potrà mai farlo, perché è come se gli chiedeste di leggere nei fari della propria automobile. Per l’amor di Dio, continuate a usare pellicce solo come vanto sociale (il progresso oggi offre tessuti superiori), però ricordatevi, signore, che la ‘cosa’ che indossate è passata per la camera a gas; mangiate aragoste, però pensate se uno vi bollisse vivi; ragazzi, siate coscienti che il vostro hamburger viene da un allevamento di migliaia di bovini, che vivono nelle condizioni del peggior lager, che vivono solo per andare al martirio. Consapevolezza.
Uno sport che uccide non è uno sport. ‘Uccidere’ nella nostra società ha valenza etica e giuridica solo nei confronti dei nostri simili. Il problema allora è più generale: chi sono i nostri simili? In tutto il mondo solo la nostra tradizione ha considerato gli altri esseri viventi estranei e inferiori all’Uomo: Adamo, dando il nome a ciascun animale, inaugura il ‘diritto’ dell’uomo a possederli e usarli. Qualche tempo fa, ‘Civiltà Cattolica’, sostenendo che gli animali, in quanto del tutto privi di essenza spirituale, sono radicalmente diversi per natura dall’uomo, e quindi non possono avere diritti, poiché non sono ‘persone’ autocoscienti, anche se ‘questo non significa che gli uomini non abbiano obblighi nei loro confronti’, continua l’atteggiamento di pietà verso il diverso. Eccezione esemplare: ‘fratello lupo, sorella luna, madre terra’. S. Francesco (patrono d’Italia) lo abbiamo segregato nei libri? Per i buddhisti, tutti gli esseri dotati di sensazioni e sentimenti, sono uguali per natura: ciò che li rende diversi è il grado di consapevolezza di sé.
Chi è davvero la bestia? Dobbiamo iniziare a cambiare noi stessi. Vedere l’ambiente una cosa sola con la società umana. Smettere di condannare quella ‘parte’ che non é irrazionale, materiale, malvagia ma semplicemente è ciò che noi siamo. Non è forse cominciando a dividere noi stessi in ‘parti’ che ci dividiamo dal mondo?
La situazione ecologica è oggettivamente a un punto tale che l’uomo occidentale deve assumere, subito!, un atteggiamento, teorico e pratico, più consapevole e responsabile nei confronti della natura. Altrimenti quale futuro ai nostri figli? Cominciamo dalle piccole quotidianità . Intanto, le Federcaccia sono iscritte al Coni, il massimo ente sportivo italiano, da cui ricevono sovvenzioni per ripopolare le campagne che loro stessi hanno spopolato per divertirsi anche l’anno prossimo. Quando in campagna vedete un cacciatore, pigiate forte il clacson: potreste salvare una vita e, finché non sarà troppo tardi, quel Paradiso che è questa terra. Tranquilli: non è disubbidienza civile, è umanità . Questo è progresso.

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